Mulino
Allegramente ruotare
come sicura vela bianca
che guarda in faccia il soffio
del vento impetuoso
mentre volentieri mi smuove
e sbatte tutta la forza
negli ingranaggi ben oliati
per frantumare prodotto
così io rinforzo
l’identità assimilata
acquisita nella bancarella
dell’artigianato di strada
non in serie
Percepire timido l’arrivo
da oltre l’orizzonte monotono
di nuova folata tenue che
come tiepido vespro primaverile
impalpabile nel suo ritmo
mi abita in sconosciuta rotazione
rallentandomi
e svegliando le ossa dormienti
così io mi perdo
nel disordine dei significati
ritrovandomi poi con calma
nella prima luce del delirio
Sentirsi dolcemente scivolare
tra pareti aerodinamiche
il gratuito cambiamento
oscillando nell’equilibrio riflesso
di una ripercussione congenita
benvoluta nel naturale attrito
e che scintilla viva tra le mura
di bramosie reciproche
così io continuo a ruotare
lì dove l’inizio è la fine
azzannandosi nella coda.
My name is...
“Quanto vale per lei una vita umana?”
Non ho voglia di rispondere a questa domanda. Preferirei restarmene in silenzio ad osservare l’ambiente circostante, mentre le dita della mano sinistra stanno rigirandosi fra di loro il pendente che porto al collo.
“Il mio nome è Lucky, come le sigarette. Solo che io non provoco il cancro, io il cancro lo estirpo. Mi pagano per farlo”.
Già, è vero. Il mio nome è Lucky, o almeno questo è stato il primo nome, presente nei miei ricordi, con il quale mi hanno chiamato.
I miei ricordi.
Non ho tanti ricordi della mia infanzia. I ricordi visivi sono quelli che ne ho di meno. Nello scorrere del tempo si sono fatti sempre più sbiaditi fino a diventar bianchi, inconsistenti.
Ricordo Tiger che mi ha cresciuto insegnandomi gran parte di quello che ora so. E mi ricordo delle sue spalle larghe e perfettamente orizzontali, che mi apparivano come un muro dietro il quale trovare riparo. E Snake. Come scordarsi di Snake e della sua voglia di ridere e scherzare su tutto, davanti a qualsiasi evento. E poi tutti gli altri della famiglia. Sì, se m’impegno con la memoria, riesco a ricordarli tutti attribuendo a ciascuno di loro le proprie qualità. E tutti loro mi hanno insegnato la cosa più importante: rimanere vivo.
Ed i profumi, quelli sì che me li ricordo bene.
Sono nato con l’odore della polvere da sparo nelle vene e sono stato avvolto nel profumo del sangue misto a polvere.
Esistono odori che ti rimangono impressi nella pelle talmente bene che nemmeno il lavarsi tre volte al giorno riesce a toglierteli. Ed io devo essere inodore per svolgere al meglio il mio lavoro. Non posso permettermi il lusso che il nemico senta il mio odore. Questo mi hanno insegnato, e questo ho poi capito nel tempo essere una verità assoluta.
Così come il profumo della morte. Il profumo pungente della morte riesco a scorgerlo anche se mescolato ad altri profumi più o meno intensi. E non devo nemmeno impegnarmi per scinderlo dagli altri. No. E’ l’istinto che mi avvisa della sua presenza mettendo tutto il mio corpo sull’attenti. Il mio istinto non mi ha mai tradito ed io mi sono sempre fidato di lui.
E qui dentro c’è la morte, la vedo e la vede nitidamente anche il mio istinto.
“Glielo richiedo un’altra volta: quanto vale per Lei una vita umana?”
Si sta innervosendo. Evidentemente è disabituato a ricevere non risposte. Sarà meglio che gli risponda qualcosa anche se devo ancora capire cosa voglia da me. E pensare che deve ancora dirmi cosa ci faccio ora io qui a perdere tempo.
“Il mio nome è Lucky, come le sigarette. Solo che io non sono mai nato, io sono sempre esistito. Io esisto.”
Esistere. E’ buffo pensare che in questo posto, dove mi trovo adesso, devi essere in grado di dimostrare, tra le altre cose, anche che tu esisti. E lo fai esibendo un documento attestante le tue impronte digitali e la data della tua nascita. Io non ho impronte digitali. Mi ricordo d’averle avute un tempo, ma poi me le sono fatte togliere. Dove sono stato cresciuto non dovevi dimostrare a nessuno che tu esistevi. Per esistere era sufficiente solo una cosa: esserci. Era talmente semplice da apparire quasi banale. Oggi ci sei e quindi esisti; domani non ci sei ed hai terminato pure di esistere. Lineare; cristallino.
E così me le sono fatte togliere che tanto le trovavo pure inutili. Io non ho una data di nascita e, pertanto, avere o meno le impronte digitali per me era ed è indifferente.
E poi anche Destiny se le era fatte togliere ed un giorno fu lui che mi consigliò di fare altrettanto. Mi disse che se volevo svolgere veramente bene il mio lavoro, mi dovevo far levare le impronte digitali in modo di apparire ai nemici come un fantasma. Io dovevo essere invisibile: senza odore per il nemico e senza impronte digitali per gli altri.
E lui era veramente bravo nel lavoro, non era un semplice professionista. No. Lui era un artista e di quelli puri. Poteva scrivere un libro su come far terminare la vita al nemico usando solo le mani nude, senza fargli emettere nemmeno un labile alito finale. Cento e più modi di come uccidere il nemico in perfetto e assoluto silenzio. In questo lui era veramente il migliore. Me ne insegnò qualcuna di quelle tecniche durante i trasferimenti ed io ne vado fiero ed orgoglioso di questo. Ero il suo allievo prediletto ed ero felice in quei momenti. Mi diceva che bisogna sempre rispettare il nemico e che era nostro preciso dovere terminare il lavoro senza procurargli della sofferenza inutile e nel più breve tempo possibile poiché il tempo è prezioso per tutti e non va mai sprecato, nemmeno per morire. Ed io qui ora sto solo sprecando tempo, stanno sprecando tempo.
“Glielo ripeto per l’ultima volta: quanto vale per Lei una vita umana?”
E’ nervoso. Dovrebbe imparare a controllare meglio i suoi stati d’animo. Così facendo scopre inutilmente i suoi punti deboli e si rende vulnerabile ai nemici. Io continuo a tenere fra le dita il mio amuleto che porta inciso il mio nome e continuo a non aver voglia di rispondergli.
“Il mio nome è Lucky, come le sigarette. Solo che io non creo dipendenza, io rimango libero. Ho studiato per esserlo.”
Studiare per la libertà. Fu da Zeus che appresi quest’insegnamento. Lui era il genio della famiglia, era lui che pianificava il lavoro quando questo doveva essere eseguito in gruppo. Lui m’insegnò a leggere ed a scrivere; a fare di conti; da lui appresi le leggi della chimica e della fisica. E sempre da lui imparai ad orientarmi seguendo le stelle o il muschio che cresce sui tronchi degli alberi. Imparai anche ad osservare attentamente il comportamento del mio nemico per riuscire a vincerlo. Mi voleva veramente bene Zeus e questo mi faceva stare bene. Sì. Stavo bene in sua compagnia e, anche se a volte era duro nei suoi insegnamenti, io gli volevo tanto bene.
Mi ripeteva sempre che l’ignoranza era in grado di far terminare la mia esistenza prima del dovuto e che se volevo essere libero dovevo studiare. Per questo era duro nei suoi insegnamenti: perché sapeva che non potevo prendermi il lusso di sbagliare; ché l’errore può essere fatale.
Ogni volta che si terminava un lavoro lui versava una parte del suo compenso nel mio conto in banca perché a lui quel denaro non serviva e perché io, prima di diventare grande, dovevo andare a studiare nella scuola degli uomini civilizzati.
E fu così che mi recai, quando giunse l’ora, nella scuola degli uomini civilizzati. Anche se già all’epoca parlavo e scrivevo correttamente cinque lingue; anche se conoscevo perfettamente la matematica e l’informatica, la fisica e la chimica, la geografia e la storia; anche se già sapevo perfettamente tutto quello che mi doveva servire per svolgere al meglio il mio lavoro.
Non riscontrai problemi nel terminare gli studi con il massimo dei loro voti poiché tutto il loro insegnamento m’appariva veramente più facile degli insegnamenti di Zeus. Ed avrei potuto tranquillamente continuare gli studi, ma non sopportavo la cravatta. Mi faceva sentire in gabbia e non mi permetteva di respirare. Soffocavo con la cravatta legata al collo. Così come mi sento soffocare rinchiuso qui dentro.
“Si ostina a non rispondere alla domanda: quanto vale per Lei una vita umana?”
Si è arreso, non mi ripeterà più questa domanda. Mi levo la catenina dal collo e la tengo custodita tra le mie mani. C’è inciso il mio nome sul pendente e glielo ho inciso io, con le mie mani. Deve servire a me e a nessun altro. E’ il mio portafortuna.
“Il mio nome è Lucky, come le sigarette. Solo che io non uccido lentamente provocando sofferenza, io uccido all’istante. Con un colpo solo.”
E’ vero, il mio lavoro consiste nel togliere la sofferenza del cliente a discapito della vita del nemico. E per fare questo mi pagano profumatamente poiché sono il migliore rimasto ancora in vita.
Sono in grado di smontare e rimontare qualsiasi tipo di arma da fuoco in meno di trenta secondi. Posso pilotare qualsiasi oggetto munito di un motore e di un paio di ali e che sia in grado di sollevarsi da terra. Riesco a lanciarmi nel vuoto anche in mezzo ad un temporale notturno. Attraverso vittorioso il deserto e qualsiasi ambiente ostile munito solo di una misera borraccia d’acqua. Mi hanno insegnato a sparare ed a centrare mortalmente il bersaglio al primo colpo; ad uccidere indifferentemente il nemico, restando nel silenzio più assoluto, usando le semplici mani nude o qualsiasi oggetto che possa trovare nel luogo a disposizione.
Sì, la mia famiglia mi voleva bene e si prendeva sempre cura di me quando ero ancora piccolo e non potevo difendermi da solo. Loro hanno dato la vita per me ed io era giusto che m’impegnassi a eseguire i miei compiti usando il massimo delle mie potenzialità per ricambiare l’affetto ricevuto e rendere loro felici di me.
Conosco a memoria tutte le qualità del regno vegetale. Riconosco, e so dove trovarle, le piante dalle proprietà officinali, e da loro sono in grado di distillare la proprietà terapeutica oppure il veleno. La stessa identica cosa vale per le piante e radici commestibili.
Ho imparato alla perfezione la morfologia del corpo umano e sono in grado di colpire tutti i suoi punti vulnerabili e mortali.
Conosco a menadito tutte le proprietà del regno animale. So dove scovare gli animali velenosi e da loro estrarre il veleno, così come so dove scovare tutti gli esseri viventi con un alto valore proteico e, grazie a loro, trovare il nutrimento che mi è necessario per sopravvivere finché non porto a compimento il lavoro che mi è stato assegnato.
E, nonostante tutto questo, quando ti trovi di fronte alla morte e non riesci ad evitarla, tutto quello che sai si rivela inutile. Ed in questo luogo, tutto il mio sapere è inutile così come sono inutili le mie non risposte.
“Dopo questa confessione, ritengo ogni altra domanda come superflua. Imputato: vuole aggiungere qualcos’altro prima che venga emessa la sentenza definitiva?”
Ora è felice. Arrendendosi ha finalmente capito che lui ha vinto e che io ho perso. Io avevo perso già in partenza quando sbagliai quel colpo che permise al mio nemico di avere quei trenta secondi di vita in più necessari a rispondermi ferendomi alla testa ed impedendo così la mia ritirata. Ma questo non cambia l’ordine delle cose.
“Mi chiamo Lucky, come le sigarette. E la risposta alla sua domanda è qui. E’ sempre stata qui. La vita umana vale tanto quando la vita animale. La vita di una persona vale come la vita di un cane, di un gatto o di un topo di fogna presente in questa città. E la vita animale vale tanto quanto la vita vegetale. La vita di un uomo vale come la vita di un fiore, d’un filo d’erba o di un albero presente in questa città. E la vita di tutti e la mia vita, per me, vale meno del costo di questo misero proiettile che mi porto appeso al collo”
E mentre mi appresto ad uscire glielo lascio lì, appoggiato sul banco, in bella vista. A me non serve più. Gli ho osservati a lungo in tutto questo tempo e sono riuscito a leggere i loro occhi. Non mi permetteranno mai di usarlo. No, non mi lasceranno questo privilegio. Ho letto chiaramente nei loro occhi che vogliono avere loro la soddisfazione di mettere fine alla mia esistenza. Chissà se saranno bravi tanto quanto me e non mi procureranno sofferenza inutile facendolo nel più breve tempo possibile. Personalmente non ci giurerei anche perché già tutto questo inutile tempo che ho sprecato qui dentro è stato per me fonte di sofferenza. Loro non sono dei professionisti, purtroppo.