Arciere
E s’aggira a ranghi stretti
(che una manica larga
ha però bassa e perturbabile)
l’ossigenazione vitale
di festosi festeggiamenti
e gaudiosi saturnali
alla sì bella allegoria
che il comportamento
con dovizia insegna
è fatidico il punto d’appoggio
solleva - solleva e
si va attentamente cercando
di quel bersaglio ambito
(dove)
s’intonano spensierati canti
(il bicchiere è bello grosso)
con le gole ben oliate
da mano in gomiti elevate
e con muscoli poco allenati
s’alza
la temperatura
provando il centro perfetto
dello spazio circoscritto
e lo vedi bene o t’illudi di immensa visione – e -
alla soave macchia nera
cala il refrigerio e
dell’energia consumata
nel provare e riprovare
l’abbandono triste vince
la dritta freccia che scocca
in movimento floscio.
Il bersaglio che mai s’è spostato
è allergico alla messa a fuoco
(ed al fuoco stesso)
dalle mortali frecce comuni
senza regolare pedigree
Si giunge inesorabilmente
alla fine del torneo
con la vista offuscata
dalla fuga di dio-ttrie.
E la mano prima salda
ora tremante
innalza al cielo
(nel topico momento)
non più plebei calici
cozzanti e cangianti
che della fuga d’estro
emanano vitalità sinistra
ma nobili frasi d’amore
che
[v]erranno, come
[e]lezioni
[n]on
[g]odute
[o]
[n]on
[o]naniste
aumentate da fulminee occhiate
con la carota solitaria
al traguardo del poligono – e fu centro
illibato, ma da vitali dardi.
Reiniziandomi
“Chi ha paura di essere colpito
è il primo a puntare il dito!”
Restandomi alle stagioni
con le spalle alla terra
e l’occhiolino al cielo
mentre giovane indice
spettina giocoso le nuvole
senza irriverenza alcuna
“Chi ha paura di essere colpito
è il primo a puntare il dito”
Rimanendo piccolo al giorno
mescolando nuovi equilibrismi
di pensieri sconnessi sulle strade
e scomporli per poi ricomporli
nel flusso di elementi eterei
dove il tutto diventa uno
l’uno diventa tutto
“Chi ha paura di essere colpito
è il primo a puntare il dito?”
Riprendendomi indelebile alla vita
con sogni ad infrangere nuvole
e nuvole a piovere candidi sogni
amalgamati dalle dita d’una mano
resa ruvida dal passaggio del tempo
eternamente morbida al sentire
canto che sveglia in piena notte
reclamandomi