Nobile bipede dal verbo impegnativo
nulla ti impedì pindarico volo
verso orizzonti in nuova diffusione
nemmeno la storia acculturata
di cultura che or statica grava
sulle tue ali ormai stanche
Di bronzata colorazione e razza leggera
spicchi per rusticità e attitudine al pascolo
con carni delicatamente stagionate e nutrienti
per i bisogni gioiosi di massaie sempre attente
alla linea calorica dei propri fianchi mutevoli
Tecniche d’allevamento abbisognano d’ampi spazi
dove ingrassare il proprio ego a piacimento
e di zone pascolo adeguate alle esose esigenze
di chi non usa sostanze stimolanti/riproduttive
perché l’orgoglio non deprezza l’ottimo cacciatore
che dimora nel DNA storico dell’albero genealogico
Arieggi l’appostamento razzolando di continuo
fiero territoriale padrone del tuo harem visivo
depili amorevolmente la tua mangiatoia preferita
che erba sempre fresca e tenera il palato vuole
Distruggi forme larvali parassiti tuoi accaniti nemici
per ridurre rischio di libera concorrenza avversa
e addobbi alcove con morbida e calda paglia
che pure il più rigido inverno non muterà il tepore
della notte troppo buia e corta per appagare la fatica
L’intensa vita brucia continue energie da rinnovare
e quando la meridiana rimette il tempo sull’attenti
la cassa vuota rivendica i suoi introiti ambiti
Pericolosi sconvolgimenti incombono
in troppe attenzioni donate
con la grinta d’una mozzarella dal sedere di burro
ma la brava massaia carnivora per esperienza di pelle
sa che il terreno deve riposare dopo vigoroso pascolo
e nella sua tavola sempre imbandita inizia
la festa di ringraziamento.
Depressione
Non voglio più aprire
questi occhi ormai stanchi
dipinti con organi tattili
d’una terra ormai pietrosa
nel troppo calpestio
che non fa ricrescere l’erba
Dovrei ripresentarmi
vestito in giacca e cravatta
ad affrontare il moto perpetuo
dell’ennesima alba muta
Che arriva in punta di piedi
precisa e sempre puntuale
come un orologio nucleare
a ricordarmi i miei doveri
mescolati e amalgamati
negli obblighi del sociale
che non sento miei
che mi soffocano
che mi schiacciano
che m’uccidono
Perfetto automa in mobilità
bilanciato da neuroni vegetali
rado peli di barba bianca
che ricordano tuttora feroci
gl’odori e sapori del ieri
riflettendomi nella foschia
d’un vecchio specchio arrugginito
dove nemmeno l’assiduo impegno
riesce caparbiamente a mostrare
le radici forse ancora pulsanti
di quest’oceano avvizzito
abituato alle fredde notti
di eterna bassa marea
E taglio
il vestito non più mio
che mi comprime al suolo
con tutta la sua gravità razionale
e mi taglio
separandomi dalle carni mortali
che non più toccano le nuvole
bloccate da vertigini non conosciute
e sanguino
liberandomi da questo malumore
che occupa abusivo le vene
rallentando il flusso emozionale
e m’affetto
finché non resterà
che la macchia dell’ombra
a disperdersi nel vento.