giovedì, 19 aprile 2007, ore 09:38

Mura

 

 

 

 

“Benritornato tra di noi!”

Credo che siano state queste le parole che proferì. Il condizionale sulla mia affermazione è d’obbligo dato che io, in quel preciso momento, semplicemente non c’ero.

Con la sua pila tascabile diede un’accurata occhiata alle mie pupille e, mentre si apprestava ad allontanarsi, bofonchiò qualcosa del genere:

“Bene, molto bene: da oggi il gioco si fa duro”

Iniziarono per me tutta una serie di esami e di accertamenti, nella stanza entravano ed uscivano macchinari di tutte le dimensioni e le forme: difficilmente l’arredamento rimaneva uguale per un po’ di tempo.

Era un continuo stacco e riattacco di spine, di ventose, e di quant’altro fosse a loro disposizione.

Ero in loro completa balia e potevano farmi tutto quello che più gli aggradava che tanto io non opponevo resistenza. Io non mi sentivo.

La mia prima conquista fu rappresentata da un sorriso. Ancora oggi non so se quel sorriso fu da me veramente voluto oppure se fu solamente un banalissimo spasmo dei muscoli facciali a farlo spuntare, fatto sta che venne accolto come si conviene ad un evento speciale. Fu quasi giorno di festa.

“Ohhh… ma oggi siamo in vena di progressi! E’ un giorno da segnare sul calendario!”

Esclamò il Dottore, chiamato prontamente dalle infermiere, con enfasi.

Non capivo se mi stava incoraggiando oppure se mi stava prendendo per i fondelli, però la cosa lo aveva reso felice e questo a lui bastava.

Io lentamente stavo prendendo conoscenza di me stesso e con me stesso, avevo anche iniziato a sentirmi: mi sentivo come uno straccio centrifugato a secco dentro un reattore di un aereo.

“Buongiorno” mi disse il Dottore entrando nella mia stanza per la visita di controllo “come sta oggi il mio paziente?”

“Buongiorno” risposi io “sto orizzontale!”

Sì fermò di colpo, non si aspettava la mia risposta e così facendo lo colsi di sorpresa.

“Bene, anzi: benissimo!” esclamò contento “noto con piacere che s’è tenuto una vena umoristica. Vediamo se riesce anche a conservarla!”

Iniziò ad armeggiare sul mio corpo chiedendomi se percepissi qualcosa. Io rispondevo negativamente e lui affermava che non c’era problema, che era solo l’inizio.

Uscì in modo serio, comunque, dalla stanza e, poco dopo, rientrò assieme ad un rappresentante dell’arma dei carabinieri.

“Buongiorno, sono l’appuntato De Carli. Avrei bisogno di farle alcune domande relative all’incidente. Lei si ricorda dell’incidente, vero?”

“Incidente???” esclamai “quale incidente! non me lo ricordo!”

La mia memoria vagava nel vuoto e dopo quella domanda avevo iniziato a sentirmi a disagio.

“Non si preoccupi.” mi rasserenò il dottore “Non c’è problema! Vedrà che con il tempo recupererà anche la memoria.”

Entrai, dopo quella visita, in un infermo chiamato ‘riabilitazione’ che metteva a dura prova la mia volontà. Anzi, il più delle volte la crocifiggeva decretandone la mia misera sconfitta.

In ogni caso la memoria, o parte di essa, la recuperai relativamente presto. Così mi ricordai dell’incidente e di Romina, mia moglie. C’era anche lei in auto quel sabato notte.

Mi misi ad urlare il suo nome e la mia stanza si riempì di personale medico con lo scopo di calmarmi.

Entrò anche un carabiniere e, a lui, rivolsi la mia domanda:

“Dov’è Romina, mia moglie???”

“Non c’è…” mi disse “Sua moglie è morta sul colpo. Lei è fortunato: dopo 45 giorni di coma è ancora vivo…”

Ricevetti un colpo durissimo che, però, mi regalò quello stimolo e quel desiderio che mi mancavano per spronarmi.

Ora avevo uno scopo: dovevo andare a trovare Romina.

I giorni passavano ad uno ad uno, portandosi dietro a loro le settimane ed i mesi.

Dopo sette mesi ero quasi completamente riabilitato. Dell’incidente conservavo solo, a detta dei medici, dei piccolissimi dettagli: un occhio con l’iride d’un colore diverso dall’altro e la pupilla più dilatata; un po’ di ferri dentro le gambe a tener salde le ossa; il polso della mano sinistra ricostruito.

Dopo sette mesi potevo finalmente recarmi da Romina e chiederle scusa.

Anche se è stata un’altra persona a causare l’incidente non rispettando lo stop, alla guida della mia auto c’ero io. Io che non ho potuto fare nulla per salvarla. Io che ora sentivo il bisogno impellente di parlarle.

Il giorno prima dell’appuntamento non riuscivo a fare nulla, ero nervoso e dentro a me stava nascendo l’idea che non potevo presentarmi da Lei con le mani dentro le tasche dei pantaloni. Dovevo portarle qualcosa, qualsiasi cosa.

Così presi carta e penna ed iniziai a scriverle una lettera come ero solito farle nelle grandi occasioni.

La mia mano si muoveva sicura e le parole uscivano dall’inchiostro senza incontrare ostacoli…

 

La mattina seguente mi svegliai di buon ora: era il gran giorno. Il giorno dove finalmente potevo uscire dall’ospedale.

L’auto con a bordo Paolo, mio cognato, arrivò puntuale. Salutai tutti quanti, caricai la mia valigia nel bagagliaio, e finalmente mi diressi al cimitero dov’era sepolta Romina.

“T’aspetto in macchina” mi disse Paolo giunti a destinazione “prenditi tutto il tempo che ti serve”

“Grazie” gli sussurrai mentre mi apprestavo ad incamminarmi.

Un massiccio cancello in ferro battuto custodiva l’ingresso ai sepolcri e delle mura imponenti si innalzavano per tutto il perimetro a protezione della quiete.

Appena varcai la soglia, il mio fisico si appesantì. Il respiro s’era fatto irregolare ed il cuore batteva come impazzito. Sette mesi di riabilitazione non mi avevano riabilitato per questo evento e tutto intorno a me, dall’aria stessa, era più pesante quasi a voler ubbidire ad una forza di gravità che mi desiderava steso a terra.

Tuttavia non riscontrai problemi a trovare la tomba.

Dei fiori freschi la adornavano, segno evidente del passaggio regolare dei suoi cari: suo fratello Paolo in primis.

C’era solamente un po’ di polvere sulla lapide in granito rosa e qualche sassolino bianco della ghiaia antistante era fuori posto, piccoli dettagli che prontamente sistemai io.

Mi sedetti di fronte a lei e, dopo un paio di minuti di silenzio, iniziai a leggerle la lettera che avevo scritto.

A fine lettura mi ritrovai a sorridere, nella mia mente Romina si era materializzata.

Era bellissima come sempre, con un radioso sorriso sul viso e gli occhi illuminati. In mano teneva stretta la lettera.

“Ehhh… quanto la fai lunga… la linea retta a te proprio non si addice. Devi sempre partire per le tue strane tangenziali… te possino…”

E chiudeva il tutto con un grazie suggellato da un bacio.

“Hai ragione come sempre, Amore mio”

Piegai quindi la lettera deponendola dentro il taschino della camicia e, estratta la moleskine dalla giacca, ne strappai con cura un foglio vergine.

E lì sopra scrissi la mia solenne promessa…

 

Scavai appena appena sopra la tomba, piegai in quattro il foglietto e lo depositai lì dentro. Poi ricoprii con attenta cura il tutto perché non volevo lasciare tracce visibili ad estranei.

La rugiada, durante la notte, avrebbe fatto il suo dovere trasportando l’inchiostro fin dentro la cassa.

Mi alzai, la salutai e mi diressi lentamente verso l’uscita appoggiandomi al bastone da passeggio: il mio nuovo compagno di vita.

 

 

 

 

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venerdì, 13 aprile 2007, ore 13:56

Indifferente attesa

 

 

In ruoli imposti dal consumismo
attori di sé stessi vagano ciechi

nascosti dal tessuto sgraziato delle quinte
ed accompagnati da pensieri tachicardiaci
che piroettano calienti paure d’ansia
trasbordano liquidi in eccesso d’alcool.

(o come sodio in acqua lete)

In platea riflettori di plasma cinico
illuminano questi effimeri teatrini
dove ignari spettatori non paganti
con bocconi diluiti nel sale dolce/amaro
deglutiscono indifferenti alla vita altrui

(rumore automa di mani e di piedi alla conclusione)

Palcoscenico solitario tra la gente
orchestra malinconico pianto
convertito in sorriso bugiardo
per beffare il futuro
sempre troppo paziente.

 

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