L’allevamento
“Fuori da qui! Sei licenziato! E ritieniti fortunato se non ti denuncio per danni!” mi tuonò contro il boss.
Era veramente irato. Le vene presenti nella sua fronte, quelle appena un po’ più in alto dei sopracigli, s’erano ingrossate e pure quelle del collo erano tremendamente visibili. Osservandole per bene si poteva persino scorgere la pulsazione del sangue e così stabilire il battito del cuore che, anche senza bisogno dell’orologio, si capiva benissimo che era accelerato. Un Pendolino se si faceva il paragone con le varie tipologie di treni.
Anche il colorito del suo viso evidenziava la sua arrabbiatura. Un volto di color rosso intenso, rigato da gocce di sudore fuori stagione poiché eravamo a fine inverno, non lasciavano presagire niente di buono.
Avrei tanto voluto dirgli “Ehi, calmati un attimino! Rilassati che se continui così mi fai un infarto da un momento all’altro! Prima ancora di liquidarmi tutto il mio TFR!”
Non l’avevo mai visto in simili condizioni, essì che lo conoscevo da parecchi anni: venti per la precisione.
Avevo iniziato a lavorare alle sue dipendenze vent’anni fa come semplice apprendista e, nel corso del tempo, ero riuscito a scalare tutta la gerarchia aziendale fino a ricoprire la mansione di responsabile della produzione.
L’allevamento era grande, quasi duecentocinquantamila galline geneticamente selezionate producevano una soddisfacente quantità di uova. Ed io ero il fiero responsabile di tutta questa produzione.
Tutto fino a due anni fa, quando l’incarico mi fu tolto dall’arrivo di quel veterinariuccio sbarbatello.
Mi spiegarono che la scelta di questo mio demansionamento non era motivata da una mia negligenza, ma che era stata imposta da una nuova normativa igienico-sanitaria. Le USSL avevano varato una legge che imponeva agli allevatori di avvalersi di personale professionista iscritto all’albo di categoria.
E così arrivò questo mezza calzetta di veterinario che la laurea, anziché sudarsela con lo studio, la doveva aver trovata già bell’e pronta all’interno dell’ovetto kinder!
Ricordo benissimo il giorno del suo arrivo, gli avvenimenti brutti difficilmente si scordano.
Appena arrivato iniziò subito la sua opera di lecchinaggio acuto lodando all’inverosimile la magnificenza dell’allevamento e, sbavando come un ossesso nello sfoggiare termini latini, faceva letteralmente sciogliere il boss in un brodo di giuggiole.
“Si studia il latino per fregare il contadino” era solito dire mio nonno e, mi secca ammetterlo, il nonno in questo caso aveva perfettamente ragione.
Fu così che nel giro di poco tempo tutto gravitava attorno a lui ed ogni sua idea, anche la più banale ed assurda, veniva sempre accolta con eccessivo ottimismo da parte del boss.
Come l’idea di aumentare la produzione di uova usando tecniche di allevamento alternative.
“L’ho letto in una rivista specialistica americana” esordì quell’infausto giorno in cui spiegarono anche a me l’assurda idea.
“Ci scrivono grandi scienziati americani, gente di fama mondiale che merita il massimo rispetto e considerazione” continuava estasiato a spiegare. Gesticolava sempre e non stava mai fermo un attimo, continuava ad allontanarsi dalla grande vetrata dell’ufficio per raggiungere il lato opposto della stanza dove era situato un treppiede che reggeva dei grandi fogli di carta pieni zeppi di dati statistici e proiezioni di crescita, per poi far nuovamente ritorno verso la vetrata.
Avanti e indietro, indietro e avanti per tutto il periodo dell’esposizione. Sembrava una gallina che razzolava l’aia credendosi un gallo.
“In tutto il mondo esistono solo tre aziende che utilizzano questa tecnica, tre aziende americane che, grazie a questo piccolo accorgimento, hanno visto la loro produzione aumentare fino al cinquanta per cento!” esordì fieramente.
“Ma lei riesce a pensare cosa significherebbe, per il suo allevamento, aumentare di così tanto la produzione? Finalmente potremmo competere nel mercato globale! Entrare a far parte del gruppo di produttori che contano, che il mercato lo fanno e non lo subiscono! Coprire un ruolo attivo e importante per l’Italia intera!” continuò.
“Cosa ne pensa di quest’idea? Non la trova geniale?” Chiese al boss.
“Per me la tua genialità nel far girare le uova è già da primato mondiale” avrei tanto voluto rispondergli, ma anche in questa occasione non esternai la mia impressione.
Fatto sta che al boss l’idea, come al suo solito, piacque e così si passò dalla teoria alla pratica.
Vennero chiamati gli impiantisti e persino dei tecnici del suono per mettere a punto ed installare l’impianto stereo. Nulla doveva essere lasciato al caso.
Far ascoltare alle galline la musica di Mozart: questa era la trovata del secolo.
A stento i convocati riuscivano a trattenersi le risate quando venivano a conoscenza del piano. E tutti ci guardavano con fare molto divertito. Ai loro occhi dovevamo apparire come delle persone eccentriche che non sanno più cosa inventarsi per trascorrere il tempo e spendere il denaro.
Nel breve giro di una settimana la discoteca fu costruita ed al sottoscritto venne affidato il prezioso compito di programmare tutta l’erogazione musicale. Ecco a cosa m’avevano ridotto: a fare il dj delle galline.
Effettivamente la produzione di uova subì un lieve miglioramento, non raggiunse l’obiettivo tanto declamato dal veterinario, ma qualcosa cambiò e, a voler essere estremamente ottimisti, questo cambiamento lo si poteva anche attribuire alla tecnica futuristica adottata
Magari tra le riviste tanto amate del sbarbatello, ce n’era una che portava una scrupolosa indagine statistica sull’incidenza dell’aumento ovaiolo in base alla musica erogata. Forse qualcuno di questi esperti scienziati si era preso la briga di verificare se Vivaldi faceva più produzione di Rossini, se Beethoven era da preferirsi a Mozart, e magari era stato aperto un sondaggio all’interno del mondo delle galline affinché potessero democraticamente esprimere la loro opinione in merito.
Volevo chiederglielo, ma notai anche un lieve effetto collaterale.
All’inizio non sapevo bene cosa fosse, sentivo che c’era un qualcosa di diverso, ma non riuscivo a focalizzarlo bene. Poi, all’improvviso, lo vidi. Era il colore delle uova, o meglio: il guscio. Il colore del guscio era sbiadito, il classico colore di uova morte di sonno.
E non solo il guscio aveva cambiato tonalità, ma anche il colore del tuorlo non era come doveva essere. Me ne accorsi quando aprii un uovo per verificare la mia teoria.
Avevo ragione: le leggi della natura non si possono aggirare e, così, la legge dello scambio equivalente doveva essere rispettata.
“Per ottenere qualcosa, è necessario rinunciare a qualcos’altro dello stesso valore”
Questo è il principio di Madre Natura, e questo era quello che si era verificato: per ottenere più quantità, era stata sacrificata la qualità.
Dovevo avvisare il boss della mia scoperta, ma non sapevo come farlo, poiché non desideravo che il pivello perdesse il posto e nemmeno volevo dare una così triste notizia al boss. Lui amava il suo allevamento come la sua stessa famiglia, e dirgli che le sue uova non erano più da numero uno, ma che forse andavano bene per piazzarsi tra le prime dieci posizioni, gli avrebbe provocato un dolore immenso. Decisi quindi di aspettare il momento più opportuno per farlo.
Il peso della mia scoperta tuttavia non mi dava pace, anzi, durante la notte avevo iniziato a soffrire di sogni agitati che mi impedivano di riposare come meritavo.
Perso così tra i miei pensieri, mi ritrovai un giorno a vagare dentro l’allevamento dopo aver messo in onda l’ennesima discografia di Mozart.
E lì dentro finalmente capii, ebbi l’illuminazione per la soluzione del problema: era tutta colpa di Mozart e delle sue opere.
“Metti Mozart di sottosfondo e vedrai che la produzione ne trarrà vantaggi”.
Così gli avevano detto al boss, e quelli erano i risultati: gusci ed uova da galline depresse.
Già, in fondo Mozart fa solo venir sonno, altrimenti non si chiamerebbe musica da camera.
Così, lì dentro, presi la decisione di cambiare musica: le galline avrebbero ascoltato i Testament a tutto volume.
Ma che ne sapevo io che le galline non sapevano pogare.
Novantamila galline morte e tutte le altre seriamente ferite fu il risultato della mia prova.
“Fanculo galline: nemmeno pogare come Cristo comanda sapete fare, figuriamoci le uova!”
Mai più
Non sarà nel mancato sorgere
del sole a colorare le giornate
che trovano amara consolazione
questi inutili ragionamenti albini
e non sarà nel mancato levarsi
della luna a cullare le serate
che placherà cieca questa rabbia
del sentire ingiusto il traguardo
Oggi il vento non soffierà materno
sulle ceneri a ridestare araba fenice
ravvivando nude le braci soffocate
dalla polvere depositata dalle cadute
Oggi sono onda agitata dal mare
in burrasca che rabbiosa s’infrange
nella scogliera che costeggia la vita
e l’istinto della voglia di vivere
saluta il ricordo della tua anima
mentre spicca il suo ultimo volo
E così ti scrivo solo
arrivederci ed addio
fiera amica mia.