domenica, 27 gennaio 2008, ore 11:51

Il fiume


 


Quello che si presentava davanti agli occhi dei visitatori era uno spettacolo da favola. Un fiume limpido al centro di una piccola vallata. Sulla riva c’era una casetta di legno nella quale viveva il Pescatore. In paese tutti lo consideravano saggio, una di quelle persone che, appena le incontri, sanno darti i consigli migliori. Tutti rimanevano stupiti perché sembrava conoscere a menadito tutte le storie degli abitanti del paese, e se qualcuno gli chiedeva chi glielo avesse raccontato diceva semplicemente: “Il fiume”.
Qualcuno diceva anche che era un po’ matto, ma semplicemente perché aveva paura della sua caratteristica peculiare: quella di saper leggere nella mente delle persone e di aiutarle a seguire il cuore e i sentimenti.
Più a valle, seguendo il corso del fiume, a circa un’ora di cammino sostenuto, sorgeva il piccolo paese di montagna. Poche case in pietra e legno dai tetti aguzzi ospitavano un’altrettanta piccola comunità di persone cresciute con il ritmo delle montagne, abituate a rispettare i rigidi insegnamenti delle stagioni.
Tutti si conoscevano tra loro, nessuna di quelle case era chiusa a chiave e, in caso di bisogno, la collettività si adoperava per aiutare l’abitante in difficoltà.
Del Pescatore, invece, nessuno di loro sapeva qualcosa. Strane voci circolavano nella piazza comune riguardo quell’eccentrico personaggio. Voci contenenti leggende che miscelavano sogno e realtà, sacro e profano, illusioni e speranze, dipingevano di volta in volta il Pescatore attribuendogli quell’alone di mistero che contribuiva a tenerlo a debita distanza dalla vita comune del paese.
Nessuno degli abitanti sapeva il suo nome, per tutti era semplicemente “il Pescatore” e nemmeno conoscevano la sua storia, il suo passato, il perché lui si fosse trasferito in quel posto sperduto, dimenticato da tutti e così isolato dalla civiltà. Per tutti lui era il Pescatore: un personaggio eccentrico un po’ saggio ed un po’ matto da avvicinare solo in caso di bisogno perché la sua presenza aveva la capacità di mettere a disagio la persona. Quel suo saper leggere direttamente il cuore e la mente delle persone ti facevano sentire nudo come un verme. Di fronte a lui e nessuna barriera erta a difesa funzionava, tutte crollavano inesorabilmente mettendo a nudo l’animo più intimo della persona.
Per tutti tranne che per Chiara: la figlia del fornaio.
Una ragazza con tanti sogni e con tanta voglia di conoscere e scoprire le cose. Ma proprio questo suo entusiasmo, questo suo amore per la vita, la rendevano diversa agli occhi dei suoi compaesani.
“Chiara? E’ sempre stata una tipa strana”, dicevano quando qualcuno parlava di lei.
Ma a Chiara non importava niente. Le piaceva passeggiare, leggere poesie lontano dagli occhi indiscreti della gente. E quel vecchio Pescatore le piaceva proprio. Quando andava da lui si sentiva capita. Qualsiasi cosa lei chiedesse, lui aveva la risposta pronta. Chiara leggeva le poesie, l’uomo ascoltava. Incontri che si ripetevano sempre più spesso secondo un copione uguale ma sempre nuovo. Finché un giorno Chiara arrivò dal suo amico con lo sguardo perso. “Non ti ho mai vista così, piccola – le disse il Pescatore – cosa è successo? Ti va di raccontarmelo?”.
Chiara non rispose a quella domanda, si limitò a guardare il suo amico senza proferire alcuna parola. 
Negli occhi di Chiara, il Pescatore vide la nebbia di novembre. Quella nebbia densa, figlia della calura della terra, che ti infilza la carne con la stessa precisione chirurgica degli spilli da sarta e che si addentra nel corpo arrivando dritta al cuore del midollo osseo ghiacciandolo. Una nebbia fitta aveva sfrattato la luce che solitamente albergava nello sguardo di Chiara e, alla vista di tutto questo, il Pescatore s’ammutolì, il suo viso si fece serio. Capì che non era tempo per il divertimento e per la gioia, ora bisognava riuscire a far diradare la nebbia per ritrovare quei raggi di sole smarriti. 
Chiara si accovacciò nel profilo del fiume, si tolse scarpe e calze, ed immerse i piedi nel fresco rilassante dell’acqua cristallina. 
Il Pescatore si sedette affianco a lei e, usando le mani a mo’ di cuscino intrecciandosele sulla nuca, si distese sull’erba mettendosi ad osservare il cielo ed i suoi abitanti. 
Lei prese in mano il libro delle poesie e lo aprì su di una pagina a caso per iniziare la lettura. 
Lui girò il capo appena un po’. Fece quella rotazione che era sufficiente per leggere il titolo del libro che Chiara s’era portata appresso: I fiori del male di Charles Baudelaire. 
Restò stupito nel leggere quel titolo perché era un genere di poesia che non apparteneva all’animo di Chiara così solare a raggiante. Ma anche in questa occasione non disse nulla, si limitava ad osservare in religioso silenzio gli atteggiamenti di Chiara, aspettando. Sapeva che doveva attendere che Chiara trovasse il suo tempo, che era lei che doveva sentire germogliare nel suo cuore il desiderio di sfogarsi. Lui ora non poteva far altro che aspettare l’avvento di quel tempo. 
Chiara non iniziava la lettura, continuava a fissare quel libro adagiato sulle sue gambe, aperto. Le sue mani lo avevano afferrato in testa e stringevano. Stringevano talmente forte che le pagine si stavano tutte stropicciando, sembrava che lo volesse strappare in due; in mille pezzi. 
Una lieve brezza aveva preso, nel frattempo, a correre tra i fili d’erba ed i fiori del prato. 
Chiara all’improvviso si voltò verso il viso amico che la stava scrutando, che le stava facendo compagnia. 
Negli occhi di Chiara c’era ancora la nebbia che non voleva andarsene, ma era una nebbia diversa, più cupa. 
Una nebbia ovattata di nero. Quella nebbia che insonorizza le grida dell’anima imprigionandole tra le pareti del cuore, impedendo a loro di scappare all’esterno, amplificandole. 
Lacrime di sale avevano preso a solcare quelle giovani guance. 
Il tempo che il Pescatore stava aspettando, stava varcando la soglia dell’animo di Chiara e stava per affacciarsi fuori. 
Chiara fissò a lungo gli occhi del Pescatore per trovare la forza di vomitare fuori tutto il dolore che la stava soffocando. 
“Perché?”, gli singhiozzò contro, “Perché?”.
Il Pescatore aveva deciso di aspettare. Aspettare che Chiara fosse pronta per far uscire quel dolore che aveva nascosto dentro di sé. Ma Chiara era cupa e non era più la stessa.  Le parole non uscivano, e il suo cuore era gonfio di tristezza.  Il Pescatore le disse di aspettare. Si arrampicò in cima alla collina ed andò a casa sua. Tornò dopo poco con una scatola  piena di pennelli e di colori.
“Chiara non c'è bisogno di usare le parole. Lasciati andare e usa tutti i colori che vuoi per raccontare quello che hai dentro!” 
Chiara sorrise e si mise a dipingere.  Con il pennello iniziò a coprire di rosso la tela  e poi di nero, e marrone e ancora rosso, rosso, rosso.
Il Pescatore guardava la tela e guardava la ragazza e, tra i colori, intravide il volto di un uomo.
Vedendo quel viso l’uomo impallidì. Non lo conosceva, non era mai venuto al fiume.
Ma soprattutto gli occhi gli ricordavano qualcuno.
Una persona che, in un passato lontano, rappresentava tutto per quel povero Pescatore.
“Gli occhi, quegli occhi! Non è possibile! Non può essere”. Il volto che Chiara stava disegnando era proprio quello, non poteva sbagliarsi.
“Figlia mia, chi è quest’uomo? Dimmi di lui ti prego”.
La giovane non riusciva a smettere di piangere. “Non ce la faccio”.
Mentre accarezzava i capelli della ragazza gli tornò in mente una scena analoga, vissuta tanti anni prima, prima ancora del suo arrivo sulla riva di questo fiume. Anche in quel caso una ragazza bellissima piangeva tra le sue braccia. E quella donna aveva gli stessi occhi di quell’uomo disegnato da Chiara.
Chiara continuava a trasmettere le urla della sua anima nel dipinto e, dopo aver terminato il volto maschile, iniziò a dipingere sullo sfondo di quel volto un paio d’ali candide. 
Le aveva dipinte velate, si lasciavano appena intravedere, ma erano di un candore unico. Il Pescatore percepì nettamente la sensazione che, se riusciva a togliere quel velo, la luce di quelle ali lo avrebbero accecato come se si mettesse ad ammirare direttamente il sole. Il velo era posto a protezione degli occhi del visitatore. Anche le ali colpirono veemente i ricordi assopiti del Pescatore. Ali candide che, con tutto il rosso a circondarle, sembrava quasi piangessero sangue. 
Lui lasciava che Chiara terminasse il dipinto ma, ogni volta che la giovane donna depositava una carezza di colore alla tela, lo stomaco del Pescatore si contorceva. In lui ricordi assopiti, che credeva oramai dimenticati, si stavano risvegliando con tutta l’irruenza dell’oceano in tempesta che scaglia furioso le sue mareggiate contro il faro a protezione dei marinai. 
“Perché?” singhiozzò nuovamente Chiara, “Perché le persone strappano le ali e fanno del male?” Il Pescatore, violentando il proprio cuore, riuscì a far in modo che le lacrime non uscissero dai suoi occhi. Riuscì a far in modo che loro sgorgassero libere dentro a lui. Esercizio che, in passato, fu costretto dagli eventi ad impararlo a memoria: meccanicamente. 
“Sdraiati” disse il Pescatore a Chiara, “sdraiati ed osserva il cielo ascoltando quello che ti sussurrerà il fiume e la sua acqua” 
Chiara non capì il perché di quella richiesta, ma lo assecondò poiché in cuor suo sapeva che si poteva fidare di lui. Era sicura che lui mai le avrebbe fatto del male, nemmeno involontariamente. 
Chiara si sdraiò affianco al Pescatore e si misero così ad osservare un bellissimo cielo estivo di un azzurro sconfinato dove nuvole bianche giocavano a rincorrersi sotto la benevola protezione di dorati raggi solari. 
“Sai una cosa, piccola mia? Nessuno può strappare una nuvola dal suo cielo” iniziò a dire il Pescatore a Chiara 
“Non è vero!” urlò Chiara ancora singhiozzante “Le persone riescono anche a fare quello!” 
“Oh, no, le persone si illudono di averla strappata, ma lei si farà acqua per poi ritornare ad essere nuvola.” Continuò con tono dolce lui. 
“E chi te lo ha detto?” chiese Chiara un po’ più tranquilla. 
“Me lo ha detto il fiume” 
“ah si? E cosa ti ha detto il fiume su di me?” Domandò con un sottile filo di voce la ragazza.
“Il fiume sa tutto. Sia di te che degli altri”, le rispose il Pescatore sorridendole e accarezzandole il viso.
“Allora chiedigli perché la gente attorno a me continua a farmi del male!”.
“Piccola mia, a volte facciamo cose che non vorremmo. Ci sono poi situazioni in cui qualcuno decide per noi. La cosa principale è che tu riesca a rimanere serena”.
Tra le lacrime della ragazza spuntò un sorriso. Il Pescatore per un momento non pensò ad altro. Si dimenticò di quel viso, di quegli occhi di uomo che Chiara aveva appena disegnato sul foglio. Il sorriso di quella fanciulla per lui era la cosa più importante. Ma quel volto era lì e non si poteva cancellare. Così, mentre Chiara si avvicinava al fiume per rinfrescarsi dopo il pianto, gli occhi del vecchio ricaddero sul dipinto.
E per lui fu come ricevere l’ennesima coltellata.

 

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domenica, 13 gennaio 2008, ore 15:25

L’urlo



Trovarmi sotto la tenue pioggia
inebriato di sottile gioia vitale

Ascolto, nei battiti del cuore
melodia passionale che attrae
ogni istante d'io in te.


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