Casa
“Fanno 17 euro e 30” mi disse il tassista parcheggiando l’auto.
“A lei, tenga pure il resto” replicai mentre gli allungavo una banconota da 20.
“Grazie signore, buona serata”.
“Buona serata a lei”.
Ero a casa.
Un giro di chiavi ed il piccolo cancello, che dava sul giardino privato, s’aprì.
Le lastre in cemento, che formavano il camminamento, erano state quasi completamente occultate dalle erbacce.
Madre natura aveva iniziato a rivendicare il suo possesso fagocitando dentro di sé quasi del tutto l’artificiale sentiero che avrebbe dovuto condurmi alla porta d’ingresso di casa ed anche il giardino s’era inselvatichito. Dalla penombra che lentamente stava avanzando omologando al nero tutti i profili delle cose, riuscivo ancora a scorgere l’altezza imperiosa dell’erba che aveva trasformato un giardino all’italiana in una prateria selvaggia all'americana. Solo che, a differenza delle praterie, nel mio giardino non avevano sostato gli animali erbivori per falciare l’erba, da me l’erba era rimasta bellamente incontrastata padrona priva di nemici naturali e non.
Davanti a quello spettacolo così decadente, la mia voglia di vivere e la mia positività, che già da qualche tempo albergavano nel quartiere delle ginocchia, presero definitivamente l’ascensore per traslocare nella periferia delle caviglie.
“Fanculo: che due palle!” mormorai a denti stretti.
Preparai meccanicamente il post-it mentale pulizia giardino, lo collocai sull’ipotetica e quasi inesistente lista delle cose da fare, e mi avviai verso la porta d’ingresso di casa.
“La lista delle cose da fare” pensai tra me e me “Sì, ma quali cose”
Da quando avevo lasciato l’ospedale, in cima a quella lista troneggiava solamente una cosa: riuscire a vedere l’alba del giorno dopo.
Viverla no, attualmente vivere rappresentava solo una mera utopia. Lasciavo che gli eventi prendessero comodamente il sopravvento su di me ed io cercavo solo di opporre la minima resistenza indispensabile per respirare. Ero in loro completa balia e mi comportavo come una tavoletta di legno alle prese con il mare in burrasca: desideravo solo di restare a galla, di non affogare.
L’ennesima doppia mandata di chiavi, ed anche la porta d’ingresso cedette d’incanto alla chiusura forzata degli ultimi mesi.
Una folata d’odore di chiuso mi avvolse completamente nel suo stretto e caldo abbraccio togliendomi per qualche istante il respiro.
Istintivamente mi voltai indietro quasi a deglutire una piena sorsata d’aria pulita, non viziata dalla forte solitudine che regnava tra quelle mura.
Mi sedetti sulla soglia d’ingresso con la porta ancora spalancata e, con i gomiti ad unirsi alle ginocchia ed i palmi delle mani a sorreggere il mento e le dita a coprire gli occhi, rimasi lì: immobile.
Non volevo crederci, m’ostinavo a rifiutare la realtà dei fatti.
Dove erano finiti tutti i progetti che avevo fatto assieme a mia moglie?
Parodontite
Eppure ti avevano avvisata.
T’avevano detto di non attraversare questo fiume di acque magre.
Ma tu no.
Tu: stolta settima vacca grassa, edificata nella spocchia, dovevi affrontarmi!
Ed ora dimmi: cosa ha questo limbo di diverso da quelli siti altrove, nelle altre valli?
E' forse che lo trovi indispensabile per il sorgere della tua alba?
Oppure è il tramonto quello che cerchi.
Io qui, richiuso nel mio alchemico buio, distillo gocce di verbo aspirando al grado dell’assoluto e non voglio, non devo, essere disturbato.
Oh acque che bagnate la sua grassa essenza, innalzatevi ad ogni passo e sommergete e purificate quelle prospere forme a dovere.
Vieni a me, mio orrido pasto nudo, che ti immolo a vergine sacrificale per compiere il mio destino bulimico.
Ma sento il fuoco sprigionarsi nella mia bocca.
Ed i miei denti aguzzi non stanno dilaniando le tue carni.
Che io sia dannato!
Io: piranha anoressico costretto a suggerti!